venerdì 21 dicembre 2007

"Siamo alle porte coi sassi"

E' questo uno dei più antichi modi di dire fiorentini.
Il suo significato è: "ci siamo quasi", "il tempo stringe".
Ma da dove e come nasce un così curioso modo di dire? Cosa c'entrano i sassi e le porte?

Per spiegarlo bisogna partire da lontano ed immergersi nella Firenze senz'altro risalire medievale, quando ancora non esistevano gli orologi.

Il ritmo delle giornate era allora scandito solo dal rintocco delle campane cittadine, che indicavano col loro suono al tramonto, l'approssimarsi della chiusura delle porte cittadine.

Chi era giunto per lavoro in città doveva così affrettarsi per non correre il rischio di rimanere chiuso in città per tutta la notte.
Allo stesso modo, chi si stava avvicinando a Firenze, capiva che era il momento di accellerare il passo o il galoppo del proprio cavallo, per non restare chiuso fuori le mura fino all'indomani mattina.

I soliti ritardatari - che non mancano mai in ogni epoca - giungendo in vista della città, quando le guardie cominciavano a chiudere i grandi battenti in legno delle antiche porte cosa facevano?

Non si scoraggiavano certo; ma prendevano in mano qualche grosso sasso e lo lanciavano verso le porte per segnalare il loro arrivo ed indurre così i custodi ad aspettarli.

Da qui il detto secondo una delle due versioni esistenti...

L'altra invece (che però è meno accreditata) sostiene invece che le guardie, bloccavano le porte con dei grossi macigni e che le sentinelle avessero l'abitudine di gridare ai ritardatari - sia in entrata che in uscita- :
"Correte. Siamo alle porte coi sassi!"
per indicare appunto che stavano per essere tolti i macigni che temporaneamente fermavano la chiusura delle porte.

mercoledì 19 dicembre 2007

L'impresa della cupola e Brunelleschi

Realizzare la cupola della nuova cattedrale di Firenze non si presentava certo come cosa facile.

Per trovare la soluzione tecnica idonea fu bandita una gara: tutti i fiorentini potevano presentare - entro il 12 dicembre 1417 - il loro progetto di armatura, ponteggi o quant'altro per costruire la cupola.

Ognuno disse la sua: chi propose armature in muratura, chi ponteggi in legno e non mancarono nemmeno le idee bizzarre come quella di costruire un gran mucchio di terra a forma di cupola nascondendoci dentro molte monete d'oro; dopo la costruzione la terra sarebbe stata eliminata gratis da quelli che avessero voluto recuperare le monete d'oro!

Fra i tanti novelli progettisti ci fu anche un uomo magro, piccolo e intelligentissimo che si chiamava Brunelleschi Filippo, che sosteneva che non ci fosse bisogno di nessuna armatura per realizzarel 'opera.

Sulle prime, nelle adunanze pubbliche istituite per dibattere il da farsi, fu preso per pazzo e allontanato dalle riunioni.
In una discussione, a chi gli chiedeva come poteva pensare di realizzare la cupola senza alcuna struttura di supporto si narra che rispose:
"Come si fa a far stare un uovo in piedi senza sostegni?"
Prese un uovo, lo ammaccò di sotto e l'uovo stette dritto.

Il geniale architetto riuscì a dimostrare così che non era pazzo. Espose il suo progetto dettagliato con descrizioni e disegni e alla fine riuscì a farsi affidare la costruzione della cupola.
Gli fu però affiancato Lorenzo Ghiberti, scultore eccellente ma costruttore poco pratico.

Nel 1420 presero il via i lavori, ma il Brunelleschi si sentì fin da subito impedito dal Ghiberti che con i suoi dubbi rallentava l'opera.
Per farne decretare l'allontanamento escogitò un trucco.

Si diche che Brunelleschi si fasciò tutta la testa e si mise a letto fingendosi malato. Il Ghiberti, trovandosi da solo, ebbe grosse difficoltà non sapendo come procedere.
I lavori non avanzavano e gli operai si recarono dal finto ammalato pregandolo di dare ordini anche dal letto, ma Brunelleschi, sostenendo di essere troppo malato, ordinò agli operai di rivolgersi al Ghiberti per il proseguimento dei lavori.

Quando gli operai gli confidarono che il Ghiberti senza di lui non sapeva quali ordini dare, Brunelleschi rispose:
"Ma io saprei perfettamente cosa fare senza di lui!"

Gli operai capirono, allontanarono il Ghiberti e il Brunelleschi da solo concluse speditamente la costruzione - senza armatura - della cupola, consegnando l'opera nel 1434, dopo 14 anni di lavoro.

La chiesa con la sua cupola nuova venne inaugurata due anni dopo da Papa Eugenio IV.

Tutte le campane della città suonarono a festa ed i fiorentini esultavano di gioia.
Papa Eugenio IV recò in dono alla nuova chiesa una rosa d'oro e fu così che la nuova chiesa di Firenze, dedicata a Maria, fu chiamata Santa Maria del Fiore.

martedì 18 dicembre 2007

La storiella del Galletto Nero...


Che il Gallo Nero sia l'indiscusso emblema del Chianti Classico è cosa accertata.
Ma è poco noto perché proprio questo pennuto animale sia stato scelto per far da simbolo ad uno dei vini più famosi al mondo.
Una domanda che stimola la curiosità e che trova la risposta in una storiella a metà strada fra la parabola, la leggenda e il campanilismo.

Firenze e Siena, orgogliose e troppo vicine repubbliche toscane e cosa nota non si sono mai amate, ognuna voleva primeggiare sull’altra.
Le scaramucce di frontiera erano all’ordine del giorno e il contendersi una zolla di terra pittosto che un’altra cosa normale.
Cosa fare allora per risolvere i confini del conteso Chianti una volta per tutte?

Affidare la risoluzione della scaramuccia al destino e a due imparziali galletti che con il loro canto mattutino avrebbero fatto da “starter” a due cavalieri che, partendo dalle rispettive città, si sarebbero incontrati in un punto preciso del Chianti dopo un’avvincente gara di velocità podistica.
Lì, dove i due cavalieri si fossero incontrati, il fato decretava il confine definitivo fra le due città.

Eravamo all’inizio del ‘200 quando l’avvincente gara prese il via. I fiorentini scelsero come loro starter un galletto nero ed i senesi uno bianco.
I furbastri fiorentini però usarono l’astuzia e tennero i giorni precedenti la disfida, il loro galletto rinchiuso al buio in una stia e pressochè a digiuno così che, quando arrivò il giorno pattuito per la sfida, l’animale fu liberato in piena notte ed iniziò a cantare forse per la gioia, ma lo fece così forte da svegliare il cavaliere fiorentino che così iniziò anzitempo la sua corsa.
Il fatidico incontro col cavaliere senese avvenne così nei pressi di Fonterutoli, praticamente alle porte di Siena dato che il podista senese si era allontanato solo 12 chilometri dalla sua città!

Quello stranito ed affamato galletto nerò che si mise a cantare in piena notte divenne a diritto l’emblema del vino Chianti Classico e qualche secolo dopo, venne addirittura affrescato in compagnia di Bacco nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio.
L’ingegno fiorentino trionfò, del resto la gara era stata regolarissima. Entrambi i cavalieri erano partiti dalla loro città al canto del gallo…

venerdì 14 dicembre 2007

Miraggio dantesco

Monteriggioni, in antichità Montereggioni (da Mons Regionis), è uno splendido castello che sorge sulle colline senesi reso celebre da Dante Alighieri.

Era in quei paraggi quando gli giunse notizia di essere stato esiliato dal tribunale di Firenze per concussione e opposizione al Papa e a Carlo di Valois.

Il sommo poeta si rese conto subito di non poter mai più tornare nella sua terra e non poter più contemplare le maestose mura di Monteriggioni.

Certo è che gli restarono nel cuore e nella fantasia tanto da dedicargli alcuni versi della Divina Commedia.

L'immagine di Monteriggioni è evocata nel XXXI canto dell'Inferno.

Ricordiamo la scena. Scendendo verso il nono cerchio, Dante ode il suono fortissimo di un corno: volge la testa, crede di scorgere da lontano, in quell'aria oscura, le sagome di "molte alte torri".
Virgilio gli spiegherà che è solo un'illusione visiva e lo esorta a procedere più avanti verso quell'impressionante visione:

Poi caramente mi prese la mano,
e disse: "Pria che noi siam più avanti,
acciò che 'l fatto men ti paia strano,
sappi che non son torri, ma giganti,
e son nel pozzo intorno alla ripa
dall'umbilico in giuso tutti quanti".
Come quando la nebbia si dissipa,
lo sguardo a poco a poco raffigura
ciò che cela il vapor che l'aere stipa,
così forando l'aura grossa e scura,
più e più appressando ver la sponda,
fuggìemi errore e crescìemi paura:
però che come sulla cerchia tonda
Monteriggion di torri si corona,
così ('n) la proda che 'l pozzo circonda
torreggiavan di mezza la persona
li orribili giganti, cui minaccia
Giove dal cielo ancora quando tona.
E io scorgeva già d'alcun la faccia,
le spalle e 'l petto e del ventre gran parte,
e per le coste giù ambo le braccia.

In seguito vengono anche indicati con fantasiosi paragoni gli aspetti e le dimensioni dei giganti e del pozzo dal quale gli stessi emergono a mezzo busto dalla lettura dantesca.


Un illusione visiva, un miraggio che può apparire davanti a chiunque capiti di trovarsi nella campagna circostante Monteriggioni qualche ora dopo il sorgere del sole.

Si può ammirare uno spettacolo bellissimo: le torri appaiono infatti con un singolare effetto di controluce che cancella il paese lasciando visibile, sullo sfondo chiaro del cielo, solo il profilo delle mura turrite.

Monteriggioni è un simbolo e non solo dantesco. E' in parte magia e in parte realtà di un tempo straordinario. Ne è conferma quel miraggio mattutino che incantò Dante e che incanterà sicuramente anche voi.